Negli ultimi giorni si è parlato molto di una recente decisione della Corte di Cassazione (sentenza n. 1999/2026), spesso sintetizzata con titoli ad effetto:
“Niente assegno divorzile se l’ex coniuge guadagna almeno 20.000 euro.”
La realtà giuridica è più articolata.
Questa pronuncia offre l’occasione per chiarire due aspetti fondamentali:
- la differenza tra assegno di mantenimento e assegno divorzile;
- cosa significa davvero il riferimento ai “20.000 euro” e quali sono i criteri applicati oggi dai giudici.
Separazione e divorzio: due fasi, due logiche diverse
La distinzione tra assegno di mantenimento e assegno divorzile nasce dal momento in cui operano.
- Separazione: il vincolo matrimoniale esiste ancora.
- Divorzio: il matrimonio è definitivamente sciolto.
Questa differenza incide su:
- fondamento giuridico,
- funzione,
- criteri di riconoscimento.
L’assegno di mantenimento nella separazione
Durante la separazione personale, il matrimonio non viene meno.
Restano quindi alcuni obblighi derivanti dal rapporto coniugale, tra cui il dovere di assistenza materiale.
L’assegno di mantenimento, disciplinato dall’art. 156 c.c., ha una funzione prevalentemente assistenziale.
Il suo obiettivo è consentire al coniuge economicamente più debole di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio.
Presupposti principali
Per ottenere l’assegno devono sussistere:
- assenza di addebito della separazione al richiedente;
- mancanza di redditi adeguati;
- disparità economica tra i coniugi;
- capacità economica dell’altro coniuge;
- richiesta espressa.
Il parametro centrale resta il tenore di vita matrimoniale.
L’assegno divorzile: una funzione diversa
Con il divorzio il vincolo matrimoniale si estingue.
Di conseguenza, non esiste più un dovere di assistenza coniugale.
L’assegno divorzile, previsto dall’art. 5, comma 6, della legge n. 898/1970, si fonda sul principio di solidarietà post-coniugale.
La giurisprudenza ha chiarito che oggi questo assegno ha una funzione composita:
- assistenziale;
- perequativa;
- soprattutto compensativa.
Non serve più a ricostruire il tenore di vita matrimoniale, ma a riconoscere e compensare:
- il contributo dato alla vita familiare;
- eventuali sacrifici professionali o reddituali;
- le scelte condivise che abbiano inciso sulle opportunità economiche del coniuge più debole.
L’onere della prova: il punto decisivo
Nel giudizio sul diritto all’assegno divorzile, il passaggio centrale riguarda l’onere della prova.
Chi chiede l’assegno deve dimostrare:
- l’esistenza di una disparità economica;
- e soprattutto che tale disparità è conseguenza diretta delle scelte familiari condivise.
Non è sufficiente affermare di percepire un reddito inferiore.
Occorre provare il nesso causale tra la situazione economica attuale e:
- la rinuncia o riduzione dell’attività lavorativa;
- la dedizione prevalente alla cura della famiglia;
- il contributo alla carriera o al patrimonio dell’altro coniuge.
La sentenza n. 1999/2026: cosa dice davvero
La recente decisione della Corte di Cassazione ha ribadito proprio questi principi.
Nel caso esaminato, l’ex coniuge percepiva un reddito annuo di circa 20.000 euro.
La Corte ha chiarito che:
- non esiste alcuna soglia legale di reddito;
- i 20.000 euro non rappresentano un limite normativo;
- si tratta di un dato fattuale, valutato nel caso concreto.
Quel reddito è stato considerato un elemento significativo di autosufficienza economica, tale da escludere una situazione di dipendenza dall’ex coniuge.
Inoltre, non era stata fornita prova che l’eventuale squilibrio economico derivasse da sacrifici compiuti durante il matrimonio.
Perché i “20.000 euro” non sono una cifra limite
Il riferimento a questa cifra ha valore solo nel contesto specifico.
In concreto:
- possono essere sufficienti redditi inferiori per escludere l’assegno;
- al contrario, anche redditi superiori potrebbero non garantire autosufficienza.
La valutazione del giudice tiene conto di molteplici fattori:
- spese effettive e costo della vita;
- età e condizioni personali;
- durata del matrimonio;
- percorso professionale;
- contributo alla vita familiare;
- possibilità concrete di incrementare il reddito.
La differenza in sintesi
Separazione
- il matrimonio esiste ancora;
- permane il dovere di assistenza;
- conta il tenore di vita matrimoniale.
Divorzio
- il vincolo è sciolto;
- opera la solidarietà post-coniugale;
- contano i sacrifici dimostrati e il contributo dato alla famiglia.
Il principio chiave
La giurisprudenza più recente è chiara:
Non conta quanto si guadagna.
Conta perché si guadagna meno.
Solo se lo svantaggio economico è conseguenza delle scelte familiari condivise, può nascere il diritto all’assegno divorzile.
Questo orientamento segna un passaggio importante: l’assegno non è una rendita automatica legata allo status di ex coniuge, ma uno strumento di tutela che richiede una verifica concreta e rigorosa delle condizioni delle parti.
